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Damien Rayuela – Capitolo III

Un panorama che per qualche motivo colpisce un viaggiatore solitario che si ferma a guardarlo. Dietro, c’è Damien. Il divertimento di questa particolare soluzione è nel potersi identificare equivalentemente con l’osservatore e con il fotografo. Si può immaginare ciò che c’è al di là, per cui il viaggiatore funge da siepe leopardiana. Credo sia insito nei meccanismi umani interpolare le nozioni che abbiamo per riempire con soluzione di continuità i buchi cognitivi. Questo esprime l’incipit di “The Halted Traveller“. Io però voglio focalizzare l’attenzione su altro. In particolare scelgo due fotografie simili ma diversissime. In comune c’è la ripresa di un individuo qualsiasi di spalle. Da una parte c’è la fatina, dall’altra l’uomo in impermeabile.
La fatina, sembrerebbe una bimba sollevata sulle spalle dal papà per vedere meglio, e da quel che possiamo immaginare, una festa, un carnevale, qualcosa del genere. Eppure c’è qualcosa di surreale, per cui la bimba con le ali di farfalla appare davero una fatina, guardiamo con i suoi occhioni colmi di meraviglia e ci appare un mondo incantato. Quelle figure sfocate e quelle luci lontane, sembra davvero siano fate danznanti, folletti saltellanti, in un’isola che non c’è. Sono sicuro che in fondo, magari dopo l’ultima stella a destra, vi sia anche un castello principesco. È ammirevole come ci si possa sentire inghiottiti nelle fantasie di una bimba che manco vediamo in volto! Di contro, l’uomo che scende i gradini della metropolitana, seppur nello stesso schema, rende un’immagine completamente diversa. Sarà forse l’influenza di stereotipi, ma d’altronde gli stereotipi contribuiscono a creare simboli, e non si può prescindere dalla loro esistenza quando si gioca in certi ambiti. Dicevo, sarà forse perché l’immagine richiama motivi stereotipati, ma io mi sento l’assassino hitchcokiano che insegue la propria ignara vittima. Sarà l’uomo a raggiungere la fine delle scale, e quindi la salvezza, per primo, o sarò io, il killer, a raggiungere lui e ad assassinarlo?
In between passenger. Quando leggo l’incipit di questa serie mi vengono in mente dei ricordi. Nella mia adolescenza ho giocato a pallanuoto, e ricordo tutte le domeniche, di mattina, ero nell’acqua. In particolare penso a quei dieci minuti in cui, assonnato perché la sera prima evidentemente avevo fatto un po’ di baldoria, mi dirigevo in piscina, camminando con il pilota automatico, e guardavo la gente che incontravo per la strada. Chissà quali motivi li spingevano ad essere lì, nel mio stesso luogo, nel mio stesso momento. Come delle rette che si incontrano in un unico punto, le nostre strade coincidevano in quel preciso istante. Poi ci si allontanava. Ogni singola persona incontrata era una storia, aveva un passato, delle esperienze, dei sogni, una complessità propria di ogni singolo individuo. E io non ne conoscevo neanche il nome. Se avessi potuto essere solo un attimo nelle loro menti, avrei afferrato tutto ciò che potevo, ricordi, emozioni, desideri, frammenti delle loro vite, come un bambino afferrerebbe caramelle alla rinfusa in un negozio di dolciumi quando la proprietaria si volta. Poi, dopo, avrei potuto vedere una cosa alla volta, assaggiare la caramella rossa, poi quella gialla, e quella verde… Non mi interessa un campionario completo, solo frammenti, piccole schegge, non per cogliere l’intera opera ma solo l’accuratezza del dettaglio.
Ecco, io penso di avere in comune con Damien, così come con tantissime altre persone, queste sensazioni. Perché è ciò che mi dicono chiaramente le sue foto. Mi si insegna che l’energia radiante che incide su una superficie possa essere assorbita, trasmessa e/o riflessa. Ebbene, noi possiamo vedere la trasmissione, ossia si può vedere oltre la superficie del finestrino del bus 68, ma possiamo anche gustare la riflessione. Così passeggeri distinti, persone che vanno e che vengono per qualche motivo, si incrociano proprio nel punto scelto da Damien. Due traiettorie si sovrappongono esclusivamente dal punto di vista di Damien. E noi non sappiamo niente, non sappiamo chi siano, dove vadano, a cosa stiano pensando. Non sono manichini, sono persone reali, ed è questa la cosa affascinante, è come poter guardare solo la punta dell’iceberg, la percezione dell’enorme groviglio di informazioni che un individuo porta in sé è solo un cenno dietro un’espressione appena intuita. E quello che riesce a fare Damien non è solamente la fotografia della punta dell’iceberg quanto il riuscire a creare la consapevolezza nell’osservatore che là sotto, nascosto ed invisibile, c’è tanto, tanto, tanto di più.

C.

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Damien Rayuela – Capitolo II

Un posto per riflettere e rimuovere la distanza tra te e la mia vita. L’incipit di “Santa Engracia” ne anticipa il carattere familiare e intimo. Mi è capitato in passato di occuparmi di fotografi in grado di cogliere l’intimità della vita quotidiana, andando proprio a toccare quelle che sono le piccole cose che la arricchiscono, e pertanto senza opere pompose, ma fotografie banali. Niente di eccezionale. Non sono scatti difficili da effettuare, non c’è tecnicismo elevato dietro. Né sono fotografie di posti affascinanti né c’è l’attimo colto in cui le geometrie coincidono nella più perfetta armonia. Niente di tutto questo. Sono fotografie che potrebbe fare chiunque. Eppure non c’è studio o tecnica che possa portare ad un risultato tale, non è neanche l’allenamento dell’occhio che influisce, di fotografia in realtà non c’è più niente. Rimane solo la sensibilità. Io sono convinto che sebbene si nasca con un partimonio genetico che costituisce un po’ di quel bagaglio a priori che tanti filosofi hanno supposto, l’esperienza e l’allenamento possano stravolgere tutto. Sono convinto che la sensibilità possa essere educata. Ma è un processo lungo di autoperfezionamento i cui risultati si misurano neanche in lustri. Chiamatelo come volete, il fanciullo interiore, poesia, sensibilità. Il fatto comunque è che Damien fa queste foto a prima vista banalissime eppure fornisce frammenti di vita quotidiana carichi di fortissime emozioni. La sua intenzione probabilmente era di scattare per se stesso, di conservare un ricordo di un periodo felice, eppure è riuscito ad impregnarlo di quel senso di universalità per cui chiunque osservi questa galleria col cuore aperto non può non provare una commozione tenera.

Damien ha questa dote, sa infondere emozioni nelle sue fotografie. Ma non si limita a ciò. Non campa di rendita. La sua dote è sfruttata al meglio perché supportata da indubbie competenze tecniche ma soprattutto dalla profonda e costante abitudine ad osservare. “Caribou” riprende le atmosfere di “Santa Engracia” ma ne sconvolge totalmente la realizzazione. Non più bianco e nero rumoroso (che io amo a prescindere), ma colori, definiti, limpidi. Non è più il romanticismo e l’affetto nell’intimità, sempre di frammenti di vita si tratta ma si colgono altri aspetti, forse meno struggenti, ma più frequenti. C’è ad esempio l’allegria, il gioco, il divertimento, tutti ingredienti che concorrono ad evocare una sensaszione di buon umore che per me è il sinonimo della felicità. Non si deve ricercare la felicità assoluta, la felicità è costituita da piccoli lampi che brillano nella notte e non da un sole accecante. A volte è sufficiente una macchina che si ferma per farti attraversare per cambiarti la giornata. Sono le piccole cose. Le piccole cose come ridere insieme di un cammello divertito dall’insolito scenario di dune innevate.

Chiudiamo il secondo capitolo dedicato a Damien con “Aesthesis“, ovvero l’abilità di sentire o percepire le sensazioni. Le foto di questa galleria sono struggenti. Si alternano sensazioni di ogni tipo in questo miscuglio. La solitudine di nuovo è evocata ma, forse perché mai conosciuta o forse per esorcizzarla, non è mai vista in toni negativi. Non è mai quella solitudine angosciante, piuttosto una solitudine rasserenante, sublime direi. Perché riesce a riportare a giuste proporzioni la nostra esistenza. Forse perché quando il tuo letto è scaldato dal corpo di qualcuno amato, neanche la neve che fiocca al di fuori è fredda abbastanza. Riassumendo, Damien ha una grande capacità di sublimare emozioni e sensazioni per lo più rassicuranti, di quiete, di intimità. Questo cuore è però esaltato da una forma e una capacità messe abilmente al servizio della comunicazione. E io mi commuovo davvero scorgendo queste schegge di vita quotidiana, questi attimi che brillano di felicità.

C.

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Damien Rayuela – Capitolo I

Damien Rayuela. No, non ce la faccio. Non ce la faccio a scegliere, sono colpito, davvero. Lo so che i complimenti li faccio a tutti i fotografi di cui parlo, ma d’altronde io parlo dei fotografi che mi colpiscono! E comunque, tre foto non mi bastano.
Alone“, quando respirando da soli è come un trionfo, citando l’incipit della galleria. E forse questa immagine è quella che meglio, nella serie, a mio parere, concentra questo concetto in sè. Ma andiamo per gradi. Innanzitutto c’è l’altro significato di essere soli. Non la solitudine, male tremendo, non saprei dire nelle ere passate, non c’ero, ma in qualche modo sembra il malessere della nostro tempo, almeno per quanto riguarda la società occidentale. La solitudine che si palesa tra l’altro in mezzo alla gente, non come solitudine fisica dunque. Al contrario, c’è la solitudine che ci si conquista, la necessità di lasciare tutto e tutti al di fuori e rimanere con se stessi. Certe cose non sembrano essere nostre finché non sono condivise -e non alludo affatto a facebook!- mentre altre per vivere hanno bisogno di rimanere per noi. E nelle rovine di questa foto io non vedo appunto le rovine, non vedo la desolazione, vedo l’orgoglio, la forza di chi, ostinato come un mulo, attaccato al suolo come un parlamentare al suo seggio -e lungi da me fare del qualunquismo spicciolo!- resiste e difende fino allo stremo la sua piccola gioia. Il suo segreto, il suo attimo tutto per sé. Pazienza se gli “avvoltoi” ti iniziano a divorare le carni che ancora respiri. Quel momento non ti verrà più levato.

Ritratti. Di tutti i tipi, formati, colori, bianco e nero, rumorosi, mossi. Non c’è uniformità stilistica. E non è necessaria, perché la serie è eterogena quanto sono eterogenee le persone ritratte. Non un campione rappresentativo, ma casuale. In comune c’è la percezione di un qualcosa. Trovo difficile parlare di ritratti, perché è un campo molto soggettivo, non dirò le banalità -che a volte sono vere- tipo “si sente l’anima…”, piuttosto dirò che io mi perdo nelle espressione di questa ragazza, l’attrice Anamaria Vartolomei -che io non conosco, ma poco importa. Mi perdo in quegli occhi, “che pensano?”, mi chiedo. La forza comunicativa in questa fotografia è tale da bilanciare una resa estremamente fredda dei toni, quasi cadaverica, eppure riempirla di vita. E poi quel rosso delle labbra, il punctum!

Infine, in questo primo articolo, New york City. Non sono mai stato nella Grande Mela, forse l’unica città negli USA che davvero mi ispira per un viaggio, non amo gli States. Però, per forza di cose, non tenendo gli occhi chiusi e le orecchie tappate, New York è venuta da me. Entra nelle nostre case quotidianamente, tra serie televisive, film, libri, canzoni, New York è ovunque. E in qualche modo quindi un po’ ci sono stato. Quello che mi colpisce dell’angolazione dello sguardo di Damien in questa serie è il misto dell’osservazione dal vivo di cose viste sempre attraverso uno schermo, e il constatare che NY esiste davvero. L’alternarsi di immagini della città a quella delle persone e delle cose che davvero la vivono mi fa sembrare di stropicciarmi gli occhi e accorgermi che questo posto esiste davvero, non galleggia in una dimensione puramente televisiva, c’è davvero davvero, e esiste davvero gente che vive qui, normalmente, come in qualsiasi altro posto del mondo!

C.

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