Un panorama che per qualche motivo colpisce un viaggiatore solitario che si ferma a guardarlo. Dietro, c’è Damien. Il divertimento di questa particolare soluzione è nel potersi identificare equivalentemente con l’osservatore e con il fotografo. Si può immaginare ciò che c’è al di là, per cui il viaggiatore funge da siepe leopardiana. Credo sia insito nei meccanismi umani interpolare le nozioni che abbiamo per riempire con soluzione di continuità i buchi cognitivi. Questo esprime l’incipit di “The Halted Traveller“. Io però voglio focalizzare l’attenzione su altro. In particolare scelgo due fotografie simili ma diversissime. In comune c’è la ripresa di un individuo qualsiasi di spalle. Da una parte c’è la fatina, dall’altra l’uomo in impermeabile.
La fatina, sembrerebbe una bimba sollevata sulle spalle dal papà per vedere meglio, e da quel che possiamo immaginare, una festa, un carnevale, qualcosa del genere. Eppure c’è qualcosa di surreale, per cui la bimba con le ali di farfalla appare davero una fatina, guardiamo con i suoi occhioni colmi di meraviglia e ci appare un mondo incantato. Quelle figure sfocate e quelle luci lontane, sembra davvero siano fate danznanti, folletti saltellanti, in un’isola che non c’è. Sono sicuro che in fondo, magari dopo l’ultima stella a destra, vi sia anche un castello principesco. È ammirevole come ci si possa sentire inghiottiti nelle fantasie di una bimba che manco vediamo in volto! Di contro, l’uomo che scende i gradini della metropolitana, seppur nello stesso schema, rende un’immagine completamente diversa. Sarà forse l’influenza di stereotipi, ma d’altronde gli stereotipi contribuiscono a creare simboli, e non si può prescindere dalla loro esistenza quando si gioca in certi ambiti. Dicevo, sarà forse perché l’immagine richiama motivi stereotipati, ma io mi sento l’assassino hitchcokiano che insegue la propria ignara vittima. Sarà l’uomo a raggiungere la fine delle scale, e quindi la salvezza, per primo, o sarò io, il killer, a raggiungere lui e ad assassinarlo?
In between passenger. Quando leggo l’incipit di questa serie mi vengono in mente dei ricordi. Nella mia adolescenza ho giocato a pallanuoto, e ricordo tutte le domeniche, di mattina, ero nell’acqua. In particolare penso a quei dieci minuti in cui, assonnato perché la sera prima evidentemente avevo fatto un po’ di baldoria, mi dirigevo in piscina, camminando con il pilota automatico, e guardavo la gente che incontravo per la strada. Chissà quali motivi li spingevano ad essere lì, nel mio stesso luogo, nel mio stesso momento. Come delle rette che si incontrano in un unico punto, le nostre strade coincidevano in quel preciso istante. Poi ci si allontanava. Ogni singola persona incontrata era una storia, aveva un passato, delle esperienze, dei sogni, una complessità propria di ogni singolo individuo. E io non ne conoscevo neanche il nome. Se avessi potuto essere solo un attimo nelle loro menti, avrei afferrato tutto ciò che potevo, ricordi, emozioni, desideri, frammenti delle loro vite, come un bambino afferrerebbe caramelle alla rinfusa in un negozio di dolciumi quando la proprietaria si volta. Poi, dopo, avrei potuto vedere una cosa alla volta, assaggiare la caramella rossa, poi quella gialla, e quella verde… Non mi interessa un campionario completo, solo frammenti, piccole schegge, non per cogliere l’intera opera ma solo l’accuratezza del dettaglio.
Ecco, io penso di avere in comune con Damien, così come con tantissime altre persone, queste sensazioni. Perché è ciò che mi dicono chiaramente le sue foto. Mi si insegna che l’energia radiante che incide su una superficie possa essere assorbita, trasmessa e/o riflessa. Ebbene, noi possiamo vedere la trasmissione, ossia si può vedere oltre la superficie del finestrino del bus 68, ma possiamo anche gustare la riflessione. Così passeggeri distinti, persone che vanno e che vengono per qualche motivo, si incrociano proprio nel punto scelto da Damien. Due traiettorie si sovrappongono esclusivamente dal punto di vista di Damien. E noi non sappiamo niente, non sappiamo chi siano, dove vadano, a cosa stiano pensando. Non sono manichini, sono persone reali, ed è questa la cosa affascinante, è come poter guardare solo la punta dell’iceberg, la percezione dell’enorme groviglio di informazioni che un individuo porta in sé è solo un cenno dietro un’espressione appena intuita. E quello che riesce a fare Damien non è solamente la fotografia della punta dell’iceberg quanto il riuscire a creare la consapevolezza nell’osservatore che là sotto, nascosto ed invisibile, c’è tanto, tanto, tanto di più.
C.







