Luca Rossini – Nascondino

Parlando del lavoro di Luca Rossini, vi sono due immagini che ho voluto mettere a confronto per sottolineare quella che credo sia la caratteristica predominante della sua personalità fotografica. Nella terza, volevo invece solo mostrare la raffinatezza estetica nella gestione della luce, la composizione estremamente equilibrata, la bellezza dell’immagine come risultato della sapienza nell’uso del mezzo quanto della capacità dell’occhio prima di tutto di osservare.

Ma, tornando alle altre due immagini, si può fare un parallelismo. Un bagno e una cucina. Un’immagine non dico globale ma comunque spazialmente estesa, e una concentrata specificatamente nel particolare. In maniera diversa, entrambe le foto mostrano una profondità. Una riflessione che, svelando ciò che è alle nostre spalle, crea una fuga davanti; uno sfocato, con una luce avversa, che attraverso quelle -credo- veneziane, lascia intuire uno sfondo al di là. Le tonalità sul marrone e grigio da un lato, dominate dal blu dall’altro. Due foto che si contrastano e si contrappongono in ogni cosa. Ma la ciliegina sulla torta, quell’aggiunta che crea il culmine del climax dell’ironia è costituito dal fatto che nella foto del bagno, la perfetta simmetria e la riflessione nello specchio suggerirebbero la presenza dell’immagine riflessa del fotografo. Ciò che si avverte è proprio la sua assenza, nascosto dalla mancanza di specchio al centro. Di fatto, gli occhi, il cervello, avvertono questa assenza. Di contro, nella foto in cucina, non c’è alcun preavviso né alcun indizio che possa giustificare e farci intuire la presenza del fotografo, che invece è riflesso nel meno opaco degli utensili pendenti. Come uno scherzo, un nascondino, come se dicesse “pensavate di trovarmi qua? E invece sto di là!”.  Trovo che questo parallelismo sia perfetto per mostrare la tipologia di ironia che contraddistingue le fotografie di Luca, un’ironia acuta, non polemica, non crassa, ma fine e mirata. Questo nascondino, inoltre, mostra il lato più autentico della fotografia, ovvero quell’aspetto ludico fondamentale, perché se la fotografia non è un piacere innanzitutto per chi la scatta, è impensabile che possa essere piacevole per chi la osserva.

Infine, ritornando alla terza immagine, senza spendere troppe parole sull’organizzazione della composizione, su regole dei terzi e cose simili, trovo utile sottolineare lo stupendo effetto dell’illuminazione. Scrivere con la luce, d’altronde, è fotografare. Trovo fenomenale, starei ore ad osservarlo, quel cane il cui dorso è perfettamente illuminato mentre il resto del corpo è in ombra. Il contrasto tra luce e ombra in un solo elemento, permette di vedere le differenze delle due soluzioni. La luce mostra la composizione strutturale dell’elemento, l’ombra cancella la sua costituzione e evidenzia solo la sagoma. Curioso che il cane sia proprio un dalmata, che con le sue macchie bianche e nere permette un ulteriore divertimento nell’osservazione del gioco tra zone bianche e zone nere.

C.


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Laura Apostoli – Autoritratti mascherati

Quando mi sono imbattuto nella galleria di Laura Apostoli sono rimasto molto colpito dai suoi autoritratti mascherati. Premessa. Io mi sono avvicinato alla fotografia attraverso H. C. Bresson, pertanto, inizialmente, il mio ideale era nel cogliere l’attimo. Un fotografo era un tizio che usciva per la strada e, grazie ad una capacità di osservare in maniera diversa (unita alla conoscenza dello strumento fotografico) riusciva ad imprimere situazioni particolari. Pian piano, crescendo, cercando nuovi stimoli, anche il mio gusto si è evoluto. È un periodo sufficientemente lungo che gli autoritratti sono la cosa che preferisco in assoluto. Credo che nell’autoritratto ci sia la volontà di cercare di spogliarsi delle sovrastrutture della società che ci sono imposte e cercare la nostra reale essenza. Un autoritratto è un’esca senza amo che viene gettata dal fotografo, anzi, dall’essere umano, rivolta ad altri esseri umani che in questo oceano che è la fotografia cercano riposo.

Io mi fingo pesce ed abbocco, perché anche io mi trovo costantemente alle prese con finzioni, ipocrisie, comportamenti di convenienza, falsi sorrisi e via dicendo, e anche io ho bisogno di liberarmi di tutto questo stress. Il modo a me più congeniale è entrare in contatto con qualcosa di autentico. Io ritrovo quest’autenticità nella fotografia, e, come detto, nella fattispecie, nell’autoritratto. Parlando di Laura Apostoli, dunque, la cosa che mi ha colpito di più è la presenza della maschera. Sembra un controsenso, un autoritratto con maschera è l’opposto di quanto ho appena detto. Paradossalmente nei nudi si riesce ancora di più a ritrovare l’autenticità, perché spogliandosi in ogni senso di tutto si riesce a mostrarsi senza alcuna armatura e ciò rende indistruttibili perché non si ha niente da nascondere e niente può ferire. Mascherarsi è esattamente l’opposto!

Eppure, anche mascherata, o forse grazie alla maschera, Laura riesce a dare quella autenticità che io ricerco nella fotografia. Forse perché la maschera annulla qualsiasi espressione del viso, esaltando quelli che sono comunemente noti come lo specchio dell’anima. Può darsi che dando risalto agli occhi Laura cancelli altre distrazioni e riesca a concentrare tutto nel proprio sguardo. Anche se gli occhi sono chiusi! Il tutto viene esaltato da una eleganza estetica che si sposa perfettamente con i miei gusti. Il bianco e nero che contempla minimi grigi, dove l’oscurità inghiotte ogni inutile ridondanza e distrazione, ogni insignificante dettaglio è cancellato dal nero. Emergono solo, investite da luci violente, le forme e le linee propedeutiche alla comunicazione.

C.


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Maria Antonietta Mione – In principio era Duchamp…

In principio era Duchamp. Tanti figli e figliacci si sono susseguiti riportando il concetto della decontestualizzazione, qualcuno però ha deciso di leggere l’insegnamento in un altro modo. Maria Antonietta Mione, ad esempio, non gioca a decontestualizzare, perché il soggetto è contestualizzatissimo, ma gioca proprio con la scelta del soggetto. E cioè, il bagno. Io sono un tipo riservato, che prova grande fastidio ad utilizzare bagni pubblici, gli odori pungenti, la sporcizia, niente mi attira in quei luoghi. Ma certe volte, c’è poco da fare, bisogna utilizzarli. Per rendere più piacevole il mio soggiorno nei bagni mi sono inventato il gioco di fotografarmici. Un semplice autoscatto con la pessima fotocamera del mio cellulare. Tutto ciò per raccontarvi quanto già io sia legato al soggetto in questione in ambito fotografico, tra l’altro se qualcuno volesse andare a vedere nella pagina del sito dove do qualche (poche) notizia sul mio conto, potrà ammirare una mia foto che ulteriormente testimonia questo mio attaccamento.


Detto questo, torniamo a parlare di Maria Antonietta. Il soggetto è un pretesto, vi è un grande valore simbolico che appunto parte dall’omaggio a Duchamp ma ha una forte appartenenza sociale. Quel luogo che ci rende tutti uguali, legato a quelle pratiche che per qualche oscuro motivo sembra ce ne dovremmo vergognare, il posto più sporco e maltenuto di qualsiasi edificio pubblico. Ma al di là del pretesto, rimane una galleria di immagini con una profonda attenzione all’estetica.

Il nero è un’ombra che avvolge totalmente mentre il bianco è una luce talmente forte da abbagliare. Nei rari incroci si scrutano linee e forme appena accennate. Simmetrie ricorsive di riflessioni multiple, rotte da una figura femminile che solo una volta pare riflettersi. Penombra violacea che penetra dall’esterno e tratteggia profili di lavandini. Essenzialmente orinatoi. Una vasca da bagno che sembra quasi inghiottire, braccia che cercano appigli per evitare di rimanere murate vive. Gli arti che fuoriescono è un altro tema ricorrente di Maria Antonietta, che ugualmente trovo molto attraente. Ma in assoluto ripeto che è la resa delle atmosfere che più di ogni altra cosa mi fa adorare questa serie di immagini, questi neri estesi, questi contrasti elevati, la rinuncia al dettaglio ad ogni costo premia con una intensità emotiva e una tensione drammatica che non verranno mai eguagliate dalla maniacale ricerca dei dettagli.

La fotografia viene sempre vista come qualcosa che mostra, ma talvolta il bello è proprio come essa possa celare…

C.


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Elena Maria Atzori – Magicamente

 Visto le giornate più fredde degli ultimi 27 anni, esordisco nel parlare di Elena Maria Atzori con questo bell’autoritratto. Lei è la tartaruga che si rintana nel caldo della lana. Io adoro gli autoritratti, lo dico e lo ripeto, sono le foto in cui tra fotografo e modello vi è la massima sintonia di intenti, al netto della difficoltà di scattare senza guardare nel mirino. E di Elena adoro gli autoritratti più di ogni altra cosa. La sua ironia, autoironia, si combina perfettamente al suo stile elegante e diretto. È divertente perché il tempo passato ad osservare le sue foto è l’equivalente di serate passate a chiacchierare, sorseggiando qualcosa di alcolico per scaldarsi. Pare davvero di conoscerla, mi pare di sentire la sua parlata, che immagino con un accento sardo che amo come pochissimi altri accenti. La personalità estroversa di Elena è lampante, viene fuori dalle sue foto con incredibile forza. Credo che questa sia diventata la vera ragione per cui continuo a trovare stimoli nella fotografia. Da fotografo ho sempre cercato di crearmi un mondo mio, dove poter controllare tutto, dove potermi rifuggiare, dove poter essere chi sono, spoglio dei pregiudizi e delle ipocrisie della vita di tutti i giorni. Da osservatore, mi piace entrare in contatto con gli altri mondi. Mondi schietti, onesti, non c’è motivo di mentire nelle fotografie, ha meno senso che barare a un solitario (cosa fatta puntualmente, tra l’altro). Entrare in contatto con persone vere. E ad osservare l’opera di Elena sembra davvero che il suo mondo inizi ad avvolgerti.

Una vasta gamma del lavoro di Elena è nei ritratti. I ritratti mi sono sempre stati ostici, per me è difficile capirli davvero. Si deve creare una sintonia tra fotografo, modello e spettatore, c’è una variabile in più che complica eccessivamente la sincronizzazione, è come un telefono senza fili, parte del messaggio si può perdere irrimediabilmente nei passaggi. È delicato il rapporto tra le personalità, gli equilibri sono fragili. E poi, in fotografia, Elena è una femmina alfa. Con modelli altrettanto forti, il risultato è d’effetto, agio completo, foto ineccepibili, la fotografa fa da evidenziatore sgargiante della bellezza dei modelli che appaiono sempre molto consapevoli di se stessi. Però siccome devo scegliere, scelgo una foto che invece tocca tasti completamente diversi. Non sconfessa il lavoro di Elena, però per me ha una marcia in più. Sono rimasto accecato da questa serie ed è parecchio tempo che cerco di trovare le parole per descrivere ciò che provo. Nonostante la sua forza Elena è tutt’altro che impacciata nel giostrarsi con una modella che appare decisamente di diversa personalità. Mirabile la capacità di entrambi i soggetti di riuscire a mettersi l’uno al servizio dell’altro, creando un alone di intimità nel quale chiunque passi ad osservare è accolto. La modella, Noemi, appare sicuramente a suo agio, anzi, per essere più precisi, c’è fiducia. Come chiudere gli occhi e buttarsi all’indietro confidando di essere presi al volo. Lei si abbandona totalmente ad Elena confidando in lei. Ed Elena ripaga perché dosa abilmente la sua forza e non solo non scalfisce questo momento eccezionale, ma riesce ad esaltarlo e a metterlo “nero su bianco”. C’è un’umanità in queste fotografie che mi ha davvero colpito. Per me è l’indubbia punta di diamante della mirabile galleria di ritratti che Elena ha collezionato nel tempo. Ogni singolo scatto tra queste due ragazze è un momento eccezionale. Ed è incredibile come sia invitato lo spettatore senza minimamente alterare la sensazione di intimità. C’è qualcosa di sensuale, che non so identificare pienamente. È come se ci si immagini osservatori non solo della foto in sé ma del momento, ossia assistiamo alla realizzazione dello scatto, e c’è un’aria densa, carica di pathos, la distanza tra fotografa e modella è solo fisica, Elena riesce ad inserire se stessa nella fotografia senza spodestare Noemi, non c’è un rapporto di forza, come due carte che si autosostengono, qua l’equilibrio è gentile, Noemi si scansa e fa posto ad Elena, la fotografia ha spazio a sufficienza per la convivenza pacifica e serena. Molte volte nei ritratti capita di riuscire a vedere con gli occhi del fotografo, con Elena c’è qualcosa di oltre, vediamo con gli occhi di un fotografo che fotografa Elena mentre fotografa. Siamo ancora più dietro, c’è un ulteriore piano perché Elena riesce sempre ad inserirsi nelle sue fotograie. A me piace quest’effetto, per questo amo gli autoritratti dove ciò avviene con maggiore facilità. Riuscire ad inserire fotografo e modello nella fotografia senza che uno uccida l’altro è cosa molto rara, specialmente quando si ha una personalità incline ad uccidere (in senso figurato, forse). Concludendo, mi rendo conto di aver messo assieme un’accozzaglia di parole poco lucide, alla fine mi sembra sempre di non riuscire a rendere giustizia alle immagini che propongo, spero solo di riuscire ad invogliare a guardare la galleria di Elena, senza fretta, con la voglia e la predisposizione d’animo, le mie parole sembreranno goccioline d’acqua nell’oceano di ciò che le immagini di Elena creano all’osservazione diretta.

C.


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Luca Bortolato – Senza titolo

Ci ho messo molto ma alla fine ho scelto. Rinuncerò ad altre immagini e proporrò un’unica fotografia di Luca Bortolato. Non che le altre non mi piacciano, anzi, come sempre invito a guardare il suo lavoro completo, non foss’altro che è piacevole alla vista. Però scelgo quest’unica immagine perché se l’avessi scattata io starei ancora saltando di gioia per la soddisfazione! Potrei perdermi a parlare della divisione dell’imagine in verticale, con l’orizzonte abbassato ben oltre il terzo inferiore, o di come lo spazio orizzontale sia diviso perfettamente a metà sia dalla figura umana che dalla luce in alto. Potrei dire che questa stessa luce bianca, diffusa dalle particelle di umidità nel cielo con una dolcezza infinita, irradia silenziosamente e solleva quasi la figura femminile, dandole quella forza necessaria a sorregere il peso l’intera immagine, pur occupando una minima percentuale dello spazio a disposizione. Potrei dire che è meravigliosa la quasi totale assenza di riferimenti sullo sfondo, solo un paio di leggere increspature del mare che poi diventa una sola cosa con il cielo, creando davvero una sensazione surreale, direi persino mistica. E ancora, parlando di questa nebbia, potrei sottolineare che mentre solitamente essa viene utilizzata per celare l’ambiente circostante, avvolgendolo nel suo manto, questa volta piuttosto appare una nebbia rivelatrice, che dal nulla ci concede un’apparizione. Perché, tra tutte le parole che potrei spendere, c’è già chi ha trovato le parole più belle per descrivere questa visione. Mi ronzano da giorni in testa, mentre continuo ad osservare questo scatto magnifico, non riesco a levarmele, e sono conscio che il mio poeta italiano preferito in assoluto sia in arrivabile. Quando vedo questa figura sospinta in avanti, quasi fluttuare, comparire dal nulla, non posso fare a meno di pensare alle “onde del greco mar da cui vergine nacque Venere“.

C.


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Martina Falchetti – Un delicato silenzio


Il principio di indeterminazione di Heisenberg asserisce l’impossibilità di conoscere contemporaneamente la posizione e la quantità di moto di una particella elementare. Ciò poiché per misurare una delle due proprietà si altera inevitabilmente l’altra. Qualcosa di analogo avviene in fotografia. La presenza dello strumento solo già altera lo stato della scena. Non parlo di paesaggi ovviamente, parlo di ritratti. Il sogno di molti fotografi potrebbe essere l’invisibilità, il dono cioè di registrare senza inquinare. Spesso si finisce per esaltare l’inquinamento, anche con risultati grandiosi, e sottolineare cioè la prepotente rottura che il fotografo stesso impone all’immagine. Rari fotografi, invece, sono come Martina Falchetti. Lei si appoggia come un velo di seta, è impalpabile come una farfalla che svolazza silenziosa. Riesce cioè a preservare l’intimità del soggetto, sfiorandolo appena. Il risultato è il totale agio, l’assenza di imbarazzo. Questa caratteristica è stata a prima cosa che mi ha colpito di Martina. La sua incredibile capacità di penetrare nell’intimità, silenziosa come un felino, senza lasciare “evidenze”, come un navigato serial killer. Delicata, elegante, raffinata. Sono gli aggettivi che mi vengono in mente. Niente risse, nessuno scossone, e soprattutto niente rumore. Io odio il rumore. Non parlo del rumore fotografico, che invece adoro, parlo proprio del rumore sonoro. La cacofonia, il volume alto, fate silenzio! L’opera di Martina è la minima perturbazione dello specchio d’acqua, per coglierla bisogna che il mare non sia in tempesta, che sia piuttosto il più piatto possibile. Nel silenzio si colgono queste note, come strimpelli d’arpa, il lontananza. Credo che il parallelismo sonoro sia molto efficace per sottolineare quelle che, a parer mio, sono le più interessanti peculiarità del lavoro di Martina. Le immagini che propongo, nella mia personalissima e difficile scelta, parlano chiaro, anzi, “stanno zitte” chiaro.
Come prima proposta, questo autoritratto di Martina mi è parso racchiudere molte delle caratteristiche di cui parlavo. L’eleganza e la raffinatezza, nello stupendo gioco di veli tra le tende dello sfondo e la maglia, con quella luce chiara che irradia e quasi sospinge Martina, con leggerezza. E questo silenzio, tutto da ascoltare.

Luce sileziosa che si appresta a svegliare dolcemente la ragazza che dorme. Manca, come nel precedente autoritratto, solo una leggera brezza fresca, pare quasi che questo compito sia stato lasciato allo spettatore…

Un po’ diversa è l’immagine del nudo con gatto. La modella è assolutamente cosciente della presenza di Martina ma, ciononostante, è assolutamente a suo agio. Io adoro gli autoritratti perché penso siano lo strumento che permette di creare la maggiore coesione di intenti tra autore ed attore. Quando queste due figure coincidono, si riesce ad arrivare diritto al sodo, alla comunicazione, a quello che per me è il semplice fare la conoscenza del soggetto. Perché per me la fotografia è sempre più un modo per manifestare le proprie intimità, il vero essere delle persone. Spesso siamo costretti a indossare delle maschere, ad essere ipocriti, compiacenti, troppo spesso il coltello lo teniamo dalla parte della lama e dobbiamo fare in modo di non tagliarci. Ma quando, alla fine della giornata, alla fine della settimana, lo stress, accumulato nella finzione forzata, ci schiaccia, è necessario aprire la valvola di sfogo e far uscire tutta quella pressione. Per alcuni tale procedimento avviene tramite la fotografia, perché è un mondo dove si possono creare le regole, gestirle a proprio piacimento, esserne i padroni indiscussi e non dover fingere, poter finalmente urlare la propria vera essenza. Ed è questo che a me piace ascoltare, anche quando è così dolcemente silenzioso. Ebbene, a questo propostio, mi sento di poter affermare che Martina riesce a creare una forte simbiosi con i modelli, ed è questo poi il succo del discorso con cui ho aperto questo articolo. Anche se la modella, Nina, è assolutamente cosciente della presenza di Martina e, soprattutto, della macchina fotografica, è, come detto, assolutamente a suo agio. E si riesce a continuare quel percorso di conoscenza.

Io provo a raccontare un po’ quello che vedo, i motivi intellegibili per cui qualcosa mi piace. Ma l’arte non ha una definizione univoca e non è possibile spiegare tutto. In realtà, secondo me le mie parole sono spesso una forzatura e l’osservazione delle immagini che propongo è molto più esaustiva. Voglio però concludere con una fotografia che forse è la mia preferita tra queste quattro. Adoro questo contrasto tra le tonalità della pelle della donna e dell’uomo, adoro l’incredibile leggerezza che ha la figura femminile. Adoro il modo in cui questa volta il silenzio non è soffice e diffuso ma urlato con forza. È l’istante statico in cui comincia un dinamicissimo e lunghissimo ballo. Ogni sguardo in più a questa immagine ha un suo retrogusto, difficile parlarne in maniera completa con una semplice degustazione, sono necessarie ubriacature multiple. Io continuo a sorseggiarne, anche se è un po’ presto anche per un aperitivo…

C.


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Arianna Marchesani – Ronde de nuit

Certe notti semplicemente non vorrei addormentarmi mai. Sento la presenza del letto, freddo, che incombe su di me, e vorrei solo aspettare di crollare dal sonno, per potermi stendere e dormire, senza quegli attimi lunghissimi in cui sono solo con me stesso, e sono costretto a pensare. A volte vorrei poter non pensare, ma vivere e basta. Oggi è una di quelle notti. Quando basta una brutta notizia, neanche pessima, magari non buona, ma quel pizzico di negatività in più che è il soffio di vento che fa crollare il castello di carte. Sono in quella fase in cui guardo le carte sparse per terra e il solo pensiero di rimetterle in piedi mi angoscia. Ma chi me lo fa fare di infrangermi continuamente contro quello stesso stupido scoglio, sperando in un’erosione decennale? Sono una stupida onda. Basta, spiaccico la zanzara che pure col freddo deve ronzare nelle orecchie e fuggo. Fuggo nella notte, e mi scelgo Arianna Marchesani come guida.

John Lennon sosteneva che la pioggia non fosse altro che “uno stato mentale“, e che “quando comincia a piovere, tutto rimane esattamente lo stesso“. Potrei parafrasare questa citazione ed adattarla alla notte. Là fuori tutto è uguale. Quel palazzo che c’è di giorno, c’è anche di notte. Stesso discorso per l’albero, il segnale stradale, la collina. E poi mi viene in mente la fatal quiete di cui la sera è l’immago. Non è la morte a spaventare, caro Ugo (e perdona la confidenza), ma la solitudine. Essere costretti a stare soli con se stessi e non poter più mentire, non poter più scappare. Arianna, che cos’è per te la notte? Ti aggiri silenziosa, non vuoi disturbare il sonno di coloro che già dormono. Eppure le città brillano di luci, quando il sole tace i sussurri dei lampioni sono udibili. Cantano come cicale, in un paesaggio desolato e privo di vita umana. Forse in realtà è dormire che è un po’ morire, la vita di noialtri si sviluppa alla luce del sole, eppure la luce non mostra, contrariamente a quanto si potrebbe supporre, ma nasconde. Urla più forte di tutti, quel sole fastidioso. Nella notte si ascoltano le storie degli altri, quelli che di giorno sono cancellati, quelli che volano via portati dal vento e che ora ti alitano sulle spalle. Beati i dormienti, per voi quest’altro mondo rimane nascosto. Non sapere è stupendo se accoppiato col non domandarsi. Arianna, spia tra gli insonni, stanotte davvero ti vorrei come guida, a spasso per l’oscurità, senza interferire, per raccontare agli altri, a quelli che vivono il giorno, i segreti della notte.

C.


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Damien Rayuela – Capitolo III

Un panorama che per qualche motivo colpisce un viaggiatore solitario che si ferma a guardarlo. Dietro, c’è Damien. Il divertimento di questa particolare soluzione è nel potersi identificare equivalentemente con l’osservatore e con il fotografo. Si può immaginare ciò che c’è al di là, per cui il viaggiatore funge da siepe leopardiana. Credo sia insito nei meccanismi umani interpolare le nozioni che abbiamo per riempire con soluzione di continuità i buchi cognitivi. Questo esprime l’incipit di “The Halted Traveller“. Io però voglio focalizzare l’attenzione su altro. In particolare scelgo due fotografie simili ma diversissime. In comune c’è la ripresa di un individuo qualsiasi di spalle. Da una parte c’è la fatina, dall’altra l’uomo in impermeabile.
La fatina, sembrerebbe una bimba sollevata sulle spalle dal papà per vedere meglio, e da quel che possiamo immaginare, una festa, un carnevale, qualcosa del genere. Eppure c’è qualcosa di surreale, per cui la bimba con le ali di farfalla appare davero una fatina, guardiamo con i suoi occhioni colmi di meraviglia e ci appare un mondo incantato. Quelle figure sfocate e quelle luci lontane, sembra davvero siano fate danznanti, folletti saltellanti, in un’isola che non c’è. Sono sicuro che in fondo, magari dopo l’ultima stella a destra, vi sia anche un castello principesco. È ammirevole come ci si possa sentire inghiottiti nelle fantasie di una bimba che manco vediamo in volto! Di contro, l’uomo che scende i gradini della metropolitana, seppur nello stesso schema, rende un’immagine completamente diversa. Sarà forse l’influenza di stereotipi, ma d’altronde gli stereotipi contribuiscono a creare simboli, e non si può prescindere dalla loro esistenza quando si gioca in certi ambiti. Dicevo, sarà forse perché l’immagine richiama motivi stereotipati, ma io mi sento l’assassino hitchcokiano che insegue la propria ignara vittima. Sarà l’uomo a raggiungere la fine delle scale, e quindi la salvezza, per primo, o sarò io, il killer, a raggiungere lui e ad assassinarlo?
In between passenger. Quando leggo l’incipit di questa serie mi vengono in mente dei ricordi. Nella mia adolescenza ho giocato a pallanuoto, e ricordo tutte le domeniche, di mattina, ero nell’acqua. In particolare penso a quei dieci minuti in cui, assonnato perché la sera prima evidentemente avevo fatto un po’ di baldoria, mi dirigevo in piscina, camminando con il pilota automatico, e guardavo la gente che incontravo per la strada. Chissà quali motivi li spingevano ad essere lì, nel mio stesso luogo, nel mio stesso momento. Come delle rette che si incontrano in un unico punto, le nostre strade coincidevano in quel preciso istante. Poi ci si allontanava. Ogni singola persona incontrata era una storia, aveva un passato, delle esperienze, dei sogni, una complessità propria di ogni singolo individuo. E io non ne conoscevo neanche il nome. Se avessi potuto essere solo un attimo nelle loro menti, avrei afferrato tutto ciò che potevo, ricordi, emozioni, desideri, frammenti delle loro vite, come un bambino afferrerebbe caramelle alla rinfusa in un negozio di dolciumi quando la proprietaria si volta. Poi, dopo, avrei potuto vedere una cosa alla volta, assaggiare la caramella rossa, poi quella gialla, e quella verde… Non mi interessa un campionario completo, solo frammenti, piccole schegge, non per cogliere l’intera opera ma solo l’accuratezza del dettaglio.
Ecco, io penso di avere in comune con Damien, così come con tantissime altre persone, queste sensazioni. Perché è ciò che mi dicono chiaramente le sue foto. Mi si insegna che l’energia radiante che incide su una superficie possa essere assorbita, trasmessa e/o riflessa. Ebbene, noi possiamo vedere la trasmissione, ossia si può vedere oltre la superficie del finestrino del bus 68, ma possiamo anche gustare la riflessione. Così passeggeri distinti, persone che vanno e che vengono per qualche motivo, si incrociano proprio nel punto scelto da Damien. Due traiettorie si sovrappongono esclusivamente dal punto di vista di Damien. E noi non sappiamo niente, non sappiamo chi siano, dove vadano, a cosa stiano pensando. Non sono manichini, sono persone reali, ed è questa la cosa affascinante, è come poter guardare solo la punta dell’iceberg, la percezione dell’enorme groviglio di informazioni che un individuo porta in sé è solo un cenno dietro un’espressione appena intuita. E quello che riesce a fare Damien non è solamente la fotografia della punta dell’iceberg quanto il riuscire a creare la consapevolezza nell’osservatore che là sotto, nascosto ed invisibile, c’è tanto, tanto, tanto di più.

C.


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Damien Rayuela – Capitolo II

Un posto per riflettere e rimuovere la distanza tra te e la mia vita. L’incipit di “Santa Engracia” ne anticipa il carattere familiare e intimo. Mi è capitato in passato di occuparmi di fotografi in grado di cogliere l’intimità della vita quotidiana, andando proprio a toccare quelle che sono le piccole cose che la arricchiscono, e pertanto senza opere pompose, ma fotografie banali. Niente di eccezionale. Non sono scatti difficili da effettuare, non c’è tecnicismo elevato dietro. Né sono fotografie di posti affascinanti né c’è l’attimo colto in cui le geometrie coincidono nella più perfetta armonia. Niente di tutto questo. Sono fotografie che potrebbe fare chiunque. Eppure non c’è studio o tecnica che possa portare ad un risultato tale, non è neanche l’allenamento dell’occhio che influisce, di fotografia in realtà non c’è più niente. Rimane solo la sensibilità. Io sono convinto che sebbene si nasca con un partimonio genetico che costituisce un po’ di quel bagaglio a priori che tanti filosofi hanno supposto, l’esperienza e l’allenamento possano stravolgere tutto. Sono convinto che la sensibilità possa essere educata. Ma è un processo lungo di autoperfezionamento i cui risultati si misurano neanche in lustri. Chiamatelo come volete, il fanciullo interiore, poesia, sensibilità. Il fatto comunque è che Damien fa queste foto a prima vista banalissime eppure fornisce frammenti di vita quotidiana carichi di fortissime emozioni. La sua intenzione probabilmente era di scattare per se stesso, di conservare un ricordo di un periodo felice, eppure è riuscito ad impregnarlo di quel senso di universalità per cui chiunque osservi questa galleria col cuore aperto non può non provare una commozione tenera.

Damien ha questa dote, sa infondere emozioni nelle sue fotografie. Ma non si limita a ciò. Non campa di rendita. La sua dote è sfruttata al meglio perché supportata da indubbie competenze tecniche ma soprattutto dalla profonda e costante abitudine ad osservare. “Caribou” riprende le atmosfere di “Santa Engracia” ma ne sconvolge totalmente la realizzazione. Non più bianco e nero rumoroso (che io amo a prescindere), ma colori, definiti, limpidi. Non è più il romanticismo e l’affetto nell’intimità, sempre di frammenti di vita si tratta ma si colgono altri aspetti, forse meno struggenti, ma più frequenti. C’è ad esempio l’allegria, il gioco, il divertimento, tutti ingredienti che concorrono ad evocare una sensaszione di buon umore che per me è il sinonimo della felicità. Non si deve ricercare la felicità assoluta, la felicità è costituita da piccoli lampi che brillano nella notte e non da un sole accecante. A volte è sufficiente una macchina che si ferma per farti attraversare per cambiarti la giornata. Sono le piccole cose. Le piccole cose come ridere insieme di un cammello divertito dall’insolito scenario di dune innevate.

Chiudiamo il secondo capitolo dedicato a Damien con “Aesthesis“, ovvero l’abilità di sentire o percepire le sensazioni. Le foto di questa galleria sono struggenti. Si alternano sensazioni di ogni tipo in questo miscuglio. La solitudine di nuovo è evocata ma, forse perché mai conosciuta o forse per esorcizzarla, non è mai vista in toni negativi. Non è mai quella solitudine angosciante, piuttosto una solitudine rasserenante, sublime direi. Perché riesce a riportare a giuste proporzioni la nostra esistenza. Forse perché quando il tuo letto è scaldato dal corpo di qualcuno amato, neanche la neve che fiocca al di fuori è fredda abbastanza. Riassumendo, Damien ha una grande capacità di sublimare emozioni e sensazioni per lo più rassicuranti, di quiete, di intimità. Questo cuore è però esaltato da una forma e una capacità messe abilmente al servizio della comunicazione. E io mi commuovo davvero scorgendo queste schegge di vita quotidiana, questi attimi che brillano di felicità.

C.


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Damien Rayuela – Capitolo I

Damien Rayuela. No, non ce la faccio. Non ce la faccio a scegliere, sono colpito, davvero. Lo so che i complimenti li faccio a tutti i fotografi di cui parlo, ma d’altronde io parlo dei fotografi che mi colpiscono! E comunque, tre foto non mi bastano.
Alone“, quando respirando da soli è come un trionfo, citando l’incipit della galleria. E forse questa immagine è quella che meglio, nella serie, a mio parere, concentra questo concetto in sè. Ma andiamo per gradi. Innanzitutto c’è l’altro significato di essere soli. Non la solitudine, male tremendo, non saprei dire nelle ere passate, non c’ero, ma in qualche modo sembra il malessere della nostro tempo, almeno per quanto riguarda la società occidentale. La solitudine che si palesa tra l’altro in mezzo alla gente, non come solitudine fisica dunque. Al contrario, c’è la solitudine che ci si conquista, la necessità di lasciare tutto e tutti al di fuori e rimanere con se stessi. Certe cose non sembrano essere nostre finché non sono condivise -e non alludo affatto a facebook!- mentre altre per vivere hanno bisogno di rimanere per noi. E nelle rovine di questa foto io non vedo appunto le rovine, non vedo la desolazione, vedo l’orgoglio, la forza di chi, ostinato come un mulo, attaccato al suolo come un parlamentare al suo seggio -e lungi da me fare del qualunquismo spicciolo!- resiste e difende fino allo stremo la sua piccola gioia. Il suo segreto, il suo attimo tutto per sé. Pazienza se gli “avvoltoi” ti iniziano a divorare le carni che ancora respiri. Quel momento non ti verrà più levato.

Ritratti. Di tutti i tipi, formati, colori, bianco e nero, rumorosi, mossi. Non c’è uniformità stilistica. E non è necessaria, perché la serie è eterogena quanto sono eterogenee le persone ritratte. Non un campione rappresentativo, ma casuale. In comune c’è la percezione di un qualcosa. Trovo difficile parlare di ritratti, perché è un campo molto soggettivo, non dirò le banalità -che a volte sono vere- tipo “si sente l’anima…”, piuttosto dirò che io mi perdo nelle espressione di questa ragazza, l’attrice Anamaria Vartolomei -che io non conosco, ma poco importa. Mi perdo in quegli occhi, “che pensano?”, mi chiedo. La forza comunicativa in questa fotografia è tale da bilanciare una resa estremamente fredda dei toni, quasi cadaverica, eppure riempirla di vita. E poi quel rosso delle labbra, il punctum!

Infine, in questo primo articolo, New york City. Non sono mai stato nella Grande Mela, forse l’unica città negli USA che davvero mi ispira per un viaggio, non amo gli States. Però, per forza di cose, non tenendo gli occhi chiusi e le orecchie tappate, New York è venuta da me. Entra nelle nostre case quotidianamente, tra serie televisive, film, libri, canzoni, New York è ovunque. E in qualche modo quindi un po’ ci sono stato. Quello che mi colpisce dell’angolazione dello sguardo di Damien in questa serie è il misto dell’osservazione dal vivo di cose viste sempre attraverso uno schermo, e il constatare che NY esiste davvero. L’alternarsi di immagini della città a quella delle persone e delle cose che davvero la vivono mi fa sembrare di stropicciarmi gli occhi e accorgermi che questo posto esiste davvero, non galleggia in una dimensione puramente televisiva, c’è davvero davvero, e esiste davvero gente che vive qui, normalmente, come in qualsiasi altro posto del mondo!

C.


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