Giuseppe Barbato – La bellezza salverà il mondo

01Giuseppe Barbato ha in comune con me una predilezione per il bello. Ciò in cui differiamo è come arrivarci. Da quando -non so più neanche quanti anni- fa posai lo sguardo per la prima volta su alcuni suoi scatti, infatti, mi affascinò incredibilmente la sua complementarità a me. Se infatti io sono a mio agio in universi piatti, sono totalmente incapace di muovermi con più variabili a disposizione. Giuseppe invece è un giocoliere del colore, fa roteare le tantissime tonalità ad altezze inverosimili e mai che ne faccia cadere una. Non è mero barocco, non è un colmare, un infittire. Non è il numero di colori utilizzati a dare maggior spessore alla foto. Io rimango dell’idea che bisogna tendere all’essenziale, bisogna eliminare drasticamente tutto ciò che non apporta il seppur minimo contributo all’immagine. Per questo io tendo al bianco e nero, cancello tutto ciò che non mi serve e gestisco con più facilità il minor numero possibile di variabili. Ma Giuseppe in fin dei conti fa la stessa cosa, semplicemente riesce a gestire molte più variabili contemporaneamente. Nella sua ricchezza, ogni immagine di Giuseppe è anche essenziale. Perché essenziale non significa minimale. Essenziale significa riuscir a far dire qualcosa ad ogni singola variabile, sia da sola che nel contesto con le altre. A lui viene naturale, e con tutta onestà dico che sono davvero pochissimi, anche tra i più grandi, ad avere questa capacità. Ho aspettato tanto a parlare di lui, sia perché ultimamente “parlo” poco (no, sfortunatamente per chi mi sta attorno parlo tanto, ma scrivo poco), sia perché non sapevo cosa dire. Mi è bastato sfogliare la sua ultima opera e i concetti hanno immediatamente preso forma, le sensazioni hanno cominciato ad essere un po’ più intellegibili, e pertanto eccomi qua a rendere omaggio ed onore ad un amico. La sua ultima opera, che ha avuto anche una grande visibilità mediatica, è il calendario realizzato per l’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori “Pascale” di Napoli. Negli ultimi anni calendario è diventato sinonimo di soubrette che cerca di (ri)lanciare la propria carriera mostrando tette e culo. Il lavoro di Giuseppe non ha una cosa in comune con quella carta straccia buona neanche a non-fatemi-essere-volgare. Nell’universo internettiano ognuno può dire la propria, ed è per questo che io parlo, ma spesso sarebbe necessario accendere prima il cervello. Quella cosa avvolta nel cellophane, magari prima va scongelato un po’. Questa vena polemica perché ho letto commenti sulla società che impone alle donne di essere sempre belle eccetera eccetera, e che anche da malate devono apparire belle… Di norma sono femminista, ho avuto un’educazione femminista e credo fortemente nella parità tra i sessi, e in altri contesti sarei pronto a sposare dichiarazioni del genere. Ma vedere questa malizia nelle foto di Giuseppe è assurdo! Giuseppe, ricollegandomi all’incipit di questo articolo, crea il bello. Non si può non sottolineare che le interpreti del calendario siano pazienti in chemioterapia, è un aspetto fondamentale. Ma non mi piace addentrarmi in discorsi rischiosi, scriverei nel migliore dei casi delle banalità. La chemioterapia, la malattia quella vera, fortunatamente, sono cose che non ho conosciuto, non posso sapere cosa siano. La mia minima esperienza mi può solo far dire che quando è sconvolta totalmente la tua vita tutto ciò che aneli è la normalità. Buttarsi tutto alle spalle e riprendere la vita dove la di aveva lasciata, come chiudendo il tutto tra due parentesi. Non so nient’altro, e nient’altro dirò in proposito. Anche perché non c’è alcun indizio, tra le foto del calendario, che parli di malattia. Giuseppe non ha fotografato la malattia, Giuseppe ha donato un po’ di normalità, scegliendo di fotografare le donne, perché dietro ad ogni malato c’è un individuo con una sua storia che va ben al di là della malattia. Per Giuseppe è stato facile, probabilmente innato, riuscire a sintonizzarsi sulla stessa frequenza delle sue modelle, è entrato in perfetta risonanza con loro. Io me lo immagino come un musicista, un arpista, laddove l’arpa è la donna. Lo vedo riuscire a sceglier la corda giusta da pizzicare di volta in volta, per creare la sua melodia. Non come un burattinaio che freddo muove pupazzi. Io non ero presente e non so cosa abbia fatto o detto, ma ciò che vedo è una persona estremamente sensibile che è riuscita a mettere a proprio agio delle donne, in un grande gioco, esaltando la femminilità in una seduzione affato fisica, fatta di risate di bambine e sguardi profondi. Non c’è altro perché Giuseppe non è un fotografo che cerca messaggi profondi nelle sue foto, la perfetta sintonia che sento con lui è data proprio da questa noia per la retorica quando tutte le energie sono in realtà concentrate nella creazione di qualcosa che forse è più profondo ancora, più universale, qualcosa di bello. Qualcosa cioè che dia piacere a guardarlo!
Concludo con i miei migliori auguri per le soddisfazioni che Giuseppe si è levato nell’anno appena trascorso, e che il prossimo, scandito dalle foto del suo calendario, sia almeno altrettanto soddisfacente.

C.


Share in top social networks!

Mariangela Neve – Neve

Neve01Ritorno dopo una lunga pausa. Non ho mai smesso di inseguire fotografie altrui ma scriverne si è dimostrato molto più faticoso in un periodo di transizione della mia vita. Ritorno con Mariangela Neve, una persona che seguo da tanto tempo, quasi dall’alba del mio interesse verso questo mondo. L’ho vista crescere, elaborare un proprio stile e inseguire i propri gusti, evolvere riuscendo a preservare quel barlume di espressività che spesso il tecnicismo e la noia uccidono. Lei si è fatta guidare piuttosto da quel flebile luccichio, mantenendolo in vita e facendone adesso una cometa lucente.

Neve02Gli autoritratti possono comunicare tante cose. Ci sono gli autoscatti autocelebrativi, ci sono le dolorose urla di chi vuole affermare la propria esistenza, ci sono gli autoritratti che vanno oltre l’auto e arrivano a toccare qualcosa di meno soggettivo e più universale. Mariangela non l’ho mai percepita come autocelebrativa, anzi, persino traspare timidezza, un elegante pudore. La necessità di gridare al mondo che ora si è vivi credo sia insita in ogni scatto, quello che cambia è il tono, lei non grida, lei sussurra, e spesso un sospiro, in un mare di cacofonie strillate, fa molto più rumore.

Neve03 Ma soprattutto mi piace sottolineare come le figure di donna che lei ritaglia non siano semplici autoritratti, non si basano sul ritrarre se stessa, sono universali. Quella non è Mariangela Neve, quella è La donna. Andare a celare senza che ce ne sia la necessità a volte deturpa come il mostrare eccessivo. Quello che io associo al termine di pornografia non è l’esplicito ma il gratuito, e per me si può sbagliare anche in senso inverso. Mariangela non usa un vedo non vedo per stuzzicare, non è mai gratuita, lei va a creare una donna universale quasi incorporea, seppur fatta di pezzi di corpo. Una donna eterea che mi ricorda molto la figura angelica idolatrata dagli stilnovisti. L’eleganza e la raffinatezza nei suoi ritagli di corpo, sono come fonemi rubati alla più grande creazione divina ed esaltati. La donna è stupenda e perfetta nel suo insieme, nella sua interezza, nelle sue armonie. Impossibile competere, l’arte non riuscirà mai a creare qualcosa del genere. Mariangela scompone questa grande poesia in frammenti e crea qualche verso di rara bellezza. Delicatamente, ripeto, senza mai urlare, non è il tono a dare valore alle cose che si dicono e lei lo sa bene.

Neve04Approfittando dunque del giorno della donna, senza addentrarmi in discorsi sociali che mi stancano ormai, sottolineo solo che non amo questa festa, io amo la donna, e ne voglio rendere omaggio con le foto di Mariangela. Tanti piccoli cristalli, magari simili, ma ognuno diverso dall’altro, che nell’insieme formano questa ricchissima distesa di Neve.

C.


Share in top social networks!

De Instagram

Lunghissima pausa estiva. Scrivere è un po’ come fotografare, a volte manca l’ispirazione, si susseguono periodi di estrema produttività ad altri di aridità prolungata. Devo probabilmente ancora riuscire a bilanciare quest’hobby al lavoro, ma non sono qua per raccontare i fatti miei. Voglio invece parlare di Instagram. In ritardo perché è uno strumento che scopro in ritardo, e probabilmente, anzi, sicuramente, non vado ad aggiungere niente di nuovo a quanto già si è detto. Però mi va di dire comunque la mia. Io faccio parte della fazione degli illuminati, che vede in questa novità un ampliamento delle possibilità espressive. Ci saranno sicuramente i soliti dinosauri che, dall’alto della loro tecnica sopraffina, avversano Instagram come ogni novità, così come molti ancora denigrano il digitale. Sicuramente una reflex in mano ad un professionista e ad un dilettante produce una maggiore differenza, mediamente, nella qualità del risultato. Ma perché un autofocus è lecito e un filtro predefinito no? Allora facciamo un passo indietro. Il fotografo è l’artista, la macchina fotografica è il mezzo. Instagram non è che uno dei tanti strumenti, e insisto su questo termine. Sta al fotografo utilizzarlo al meglio. Il fatto che un imbranato possa comunque produrre immagini più gradevoli, agevolato da filtri predefiniti, non significa che lo strumento sia da condannare. Anzi, a me sembra una nota di merito. Evidentemente però chi ha acquisito uno status, probabilmente basato sulla mera conoscenza tecnica, si sente minacciato da questo appiattimento. Stessi discorsi già fatti peraltro, come sottolineato prima, per l’avvento del digitale. Io continuo a pensare che la differenza la debba fare il fotografo, e che per tecnica si intenda la profonda conoscenza dello strumento utilizzato. Qualsiasi sia lo strumento.
Ma cosa dà in più Instagram? Secondo me ci sono tre punti che rendono particolarmente godibile questo strumento. Innanzitutto le regole del gioco, si hanno tot filtri, la sfumatura, la cornice, e due livelli di contrasto. Basta. Molto più semplice rispetto ad una vera post produzione photoshoppesca. Se da un lato questo significa limiti, dall’altro significa semplicità. Ci sono queste possibilità di lavoro e basta, lo si sa in partenza, e non si vive come una limitazione ma come un aiuto nella scelta, una guida importante. Magari il fotografo professionista può trovare limitante ma se vuole maggiore libertà si scarica la foto sul computer e parte di editing liberamente. La seconda qualità importante è l’immediatezza, si scatta, si modifica, si pubblica, il tutto in pochi istanti. In digitale si scatta, in un momento successivo si lavora di post produzione, e poi si condivide. Tre fasi che possono protrarsi nel tempo. E già in digitale è molto più istantaneo che in pellicola. A volte può essere utile separare le fasi, ma altre volte la rapidità può essere un vantaggio. Infine vi è il fatto che Instagram sia un social network. Certamente ognuno di questi tre punti possiede quell’altra faccia della medaglia, ma quell’altra faccia è già riempita dalla normale fotografia, per cui Instagram va ad aggiungersi in buchi lasciati fuori dall’avvento del digitale, si propone in parte come una Polaroid del digitale (senza però l’unicità dell’opera), e un Facebook della fotografia. E io devo dire che mi diverte molto. A me piace scattare con le compatte in automatico, mi piace usare Instagram, lo trovo rilassante. Così come altre volte sento la necessità di avere tutto in mio controllo e utilizzare la reflex. Strumenti diversi, scopi diversi, risultati diversi. E alla fine credo anzi sono convinto che il fotografo faccia comunque la differenza. Fossi un fotografo, mi concentrerei piuttosto su me stesso, prima di tutto. Poi gli strumenti vanno conosciuti nei dettagli, ma lo strumento può cambiare, ciò che rimane è l’occhio.
Aggiungo un’ultima considerazione riguardo il primo punto. Instagram impone determinate regole, prime fra tutte il taglio quadrato. Costringe il fotografo ad approfondire discorsi estetici e sulla composizione dell’immagine con un taglio che spesso è dimenticato. Gli equilibri possono essere molto distanti dai tradizionali tagli di compatte e reflex, e il non distrarsi con profondità di campo, diaframmi, messe a fuoco e cose varie costringe -mi ripeto- letteralmente a focalizzarsi sulla composizione. E lasciatemi dire che le differenze tra le foto ci sono anche su Instagram.

C.

P.S.

Per la cronaca, sentitevi liberi di aggiungermi anche su Instagram, è un piacere estendere  il mio raggio d’osservazione anche qua!


Share in top social networks!
ISO600

ISO600 – Festival della Fotografia Istantanea

Lo spunto di questo intervento nasce da un breve scambio di email con Cinzia Iacovelli. In particolare si è parlato della manifestazione Iso600, e ho avuto modo di scoprire un mondo del quale non conoscevo l’esistenza. Si parla di Polaroid. Se il digitale ha in qualche modo cancellato la singolarità dello sviluppo istantaneo, del poter cioè vedere immediatamente il frutto del proprio lavoro, rimane l’aspetto fondamentale dell’unicità dell’opera. Trovo sia una cosa eccezionale, il poter identificare l’opera d’arte con un unico originale. Perché in fin dei conti, siamo tutti dei feticisti. Si va al Louvre per vedere l’immagine dipinta della Gioconda, immagine vista e rivista miliardi di volte in tranquillità, senza teste di giapponesi davanti (scusate il luogo comune, ma quando ci vuole ci vuole!), oppure si va a vedere l’opera d’arte reale nella sua fisicità? L’originale, quello che ha dipinto Leonardo, quel genio che secoli addietro era davanti proprio a quella tela, e proprio su quella tela dipingeva una delle opere più pubblicizzate dell’umanità. E ai concerti, si va forse per sentire la musica? Un buon impianto stereo la fa sentire molto meglio, pezzi registrati in studio on tutti i confort. Il vero motivo e’ il vedere il cantante amato dal vivo mentre canta. E quindi l’unicità dell’opera permette anche di poterla identificare. È quella, punto e basta. Se non altro la vecchia fotografia a pellicola aveva i negativi, con i quali si poteva identificare l’opera. Ma la fotografia digitale ha perso questo aspetto, alla fine pare che non ci sia nessun originale e solo tante copie. Spesso non c’è neanche la fotografia fisicamente, ma rimane in questo mondo virtuale, a galleggiare tra un computer e un altro, sotto forma di stringhe di bit. Certo la comodità del digitale è innegabile, e così io stesso, che pure posso scegliere tra Polaroid, pellicola e digitale, scelgo quest’ultima per la potenzialità enorme di controllare tutto il processo, di condivisione, e anche di economicità. Non va sottovalutato il fatto che con il digitale si sceglie dopo aver visto il risultato, con un notevole risparmio. Però rimane il fascino, l’odore della pellicola, quelle imperfezioni che tanto si ricercano adesso con filtri appositi. E infine si ritorna alle Polaroid. Quei quadratini piccoli, contornati con quella classica cornice bianca, che ormai è un’icona, fanno parte della nostra cultura. Ecco, potrei addentrarmi in questi discorsi in campo di comunicazione, ma in realtà non è il mio campo, preferisco lasciare questi discorsi a chi è più competente. Concludo solo dicendo che, tra il 4 e il 7 ottobre, mi potete trovare a passeggiare guardando le foto esposte ma anche le macchine fotografiche, perché il feticismo include lo strumento, in questa manifestazione che mi pare molto interessante e che pubblicizzo e condivido con piacere.

C.

PS tutte le informazioni riguardo la manifestazione, il programma, le mostre, i workshop e quant’altro, le trovate sul sito http://www.iso600.org.


Share in top social networks!
ClaudiaCosentino03

Claudia Cosentino – Post Scriptum

Niente, il Post Scriptum in coda al precedente articolo su Claudia Cosentino non mi è bastato, voglio mostrarvi questa sua fotografia che mi ha folgorato, e spenderci qualche parola in più. Innanzitutto, che la foto sia molto bella, penso sia talmente evidente che lo si dà per scontato, do cioè per scontato che chi mi legge abbia gli occhi. Voglio iniziare con un discorso compositivo, che forse fa storcere il naso perché non significa molto, ma la verità è che, per quanto spesso automatici, l’ordine e la gestione della composizione sono sicuramente dettagli non trascurabili che permettono alle immagini di essere più efficaci e dirette nel giungere agli osservatori. Per questo faccio notare che le due braccia e le decorazioni della cornice alle spalle identificano con buona approssimazione le linee dei terzi. Il rettangolo centrale costituito dall’incrocio di queste linee ha per diagonale il cappello. La regola dei terzi suggerisce di non posizionare al centro dell’immagine elementi compositivi importanti, l’orizzonte, gli occhi di un ritratto, allo scopo di avere un’immagine meglio bilanciata e più dinamica. Claudia crea un rettangolo centrale praticamente vuoto, ove c’è solo la diagonale identificata dal cappello che delimita due grigi molto scuri, e riempie di elementi tutto il resto dell’immagine. Difatti anche lo sguardo del soggetto stesso si trova al di fuori di questa zona, ben sopra la linea dei terzi, estremamente decentrato, quasi fosse estraneo, un osservatore anche lui piuttosto che soggetto. Accennata questa mera analisi della composizione, faccio notare come ci siano degli elementi di contraddizione che nel loro contrapporsi fungano da vero motore e diano una spinta notevole a questa mirabile immagine. Innanzitutto la figura dell’uomo, un musicista diremmo, la chitarra appena accennata è un indizio importante. Lo sguardo è profondo e leggermente malinconico, a me riporta subito alla mente il compianto leader dei Nirvana, Kurt Cobain. Nell’immaginario, un musicista di questo tipo, forse solo più country nel genere (il cappello…) viene visto come bello e dannato. Qui c’è la prima contraddizione. Non mi esprimo sulla bellezza del soggetto, ma sul tipo di ritratto che non è fatto per esaltare la bellezza, la posizione della spalla destra, anche la maglietta che scende larga, danno quasi una sensazione di esilità della figura, di fragilità, che ho subito collegato al vecchio cieco con chitarra del Pablo più famoso della storia dell’arte. La seconda contraddizione, che poi è anche una notevole differenza con il vecchio picassiano, dove la figura esprime tutta la sua crudezza in un ambiente di estrema povertà, è nell’ambientazione. La fragilità è circondata da elementi decorativi particolari, la cornice, alle spalle, quel -presumo- legno intagliato in basso a destra, elementi che, non disponendo di un’immagine sufficientemente ampia della location, a primo impatto non hanno niente a che vedere con un musicista. Eppure questa contraddizione dà una forza incredibile alla fotografia. Egli prende in tutta quell’opulenza il solo cappello e la sua chitarra, affida la sua fragilità all’unico supporto della musica, è letteralmente appoggiato ad essa, e riesce così a descrivere la propria personalità in maniera estremamente efficace. Un po’ come Indiana Jones che tra mille calici dorati identifica il vero Graal in una umile coppa. Un po’ come San Francesco che si spoglia dei suoi averi per dedicarsi a ciò che per lui è importante. Così in un contesto assolutamente estraneo alla musica, un uomo si priva di tutte le ridondanze barocche, futili e persino dannose, e sceglie con semplicità la propria via. Il tutto è condito, oppure è condimento, di uno sguardo estremamente profondo, ipnotico, fisso in camera e perciò ben cosciente della fotografia eppure al contempo pare essere altrove, viaggiare per altri lidi, fantasticando, mostrando una sensibilità ed un animo poetico, finanche romantico. Sia chiaro, nella realtà io non so neanche se tale soggetto sia effettivamente musicista, non mi interessa, a me interessa solo quello che mi dice l’immagine.

Concludo con una nota sul bianco e nero. Non mi stancherò mai di ripetere quanto io ami il bianco e nero estremo, non la scala di grigi, ma il contrasto forte che rasenta la bitonalità. Non la ricerca fiamminga del megapixel per scovare la perfezione del dettaglio nel riflesso nell’occhio, né il riempimento barocco di ridondanze assolutamente inutili ai fini della comunicazione. Pur non essendo un talebano della fotografia e accettando qualsiasi soluzione che sia funzionale all’immagine, e che cioè nella scelta di tale soluzione piuttosto che un’altra l’immagine ne deve assolutamente trarre benefici, io ritrovo la forma più pura nel bianco e nero con forte contrasto. Nella cancellazione cioè di tutto ciò che distrae e che non ha alcuna giustificazione nell’immagine. Io voglio vedere l’essenza, voglio scrutare le forme e le linee. E non voglio essere distratto da tante voci colorate o dal rumore del dettaglio ad ogni costo, che spesso fanno solo un gran casino e non permettono di ascoltare il vero sussurrare delle cose.

C.


Share in top social networks!
ClaudiaCosentino01

Claudia Cosentino – Anxiety Explosion

I ritratti mi hanno sempre creato molti problemi. Per uno che si trova maggiormente a suo agio nella scientificità della composizione dell’immagine, ossia nel considerare le interazioni degli elementi compositivi alla stessa stregua di quelle gravitazionali, il capire perché un’espressione racchiude un’anima e un’altra no è molto più complesso. Avverto che un ritratto possa avere qualcosa in più, ma a differenza di altre tipologie di foto è molto più difficile per me spiegarmi il perché. Io ho sempre pensato che la fotografia intesa come arte fosse l’estremizzazione del concetto della fotoricordo. Un ricordo fotografico infatti colpisce e rappresenta qualcosa di emozionante solo a chi ha condiviso quel ricordo. Supponendo di andare a toccare dei tasti di ricordi ancestrali, condivisi dall’umanità, ecco che si ha la fotografia intesa come arte pura. Ovviamente il discorso è estremamente banalizzato, tra il ricordo assolutamente condiviso e la vacanza con la fidanzata a Parigi ci sono tantissimi livelli intermedi. Le sovrastrutture sociali ad esempio, che possono caratterizzare un popolo (ma la suddivisione può essere fatta per genere, per classe sociale, in base un po’ a qualsiasi criterio), permettono di individuare una sorta di memoria condivisa in vasta scala ma non assoluta. Noi italiani ad esempio condividiamo un background culturale che è una radice comune, che ci condiziona nelle nostre scelte, nei nostri comportamenti, e anche nei nostri gusti. Si pensi che la presenza della religione nel territorio è tale da condizionare anche un non credente convinto come me. Non fosse che una grandissima parte della storia dell’arte relativa al nostro paese è indivisibile dalla religione. E l’influenza che ha nei nostri gusti artistici è una presenza quasi a priori. E mi viene da pensare al Vangelo di Pasolini, tutt’altro che uomo di chiesa, eppure così vicino a un Giotto ad esempio nel dipingere le sue scene.

In effetti, per presentare Claudia Cosentino, non ho scelto immagini rappresentative della totalità del suo lavoro, ma due fotografie che in qualche modo si collegano al discorso che sto facendo. A mio parere, infatti, abbiamo una Madonna e una Santa Teresa. La figura femminile nell’arte, in Italia, dovrà sempre paragonarsi con la Madonna. Per me Claudia gioca con l’arte, galleggiando nel substrato di condivisione del nostro popolo, perché tutti noi subito vediamo un richiamo diretto alla Madonna in senso assoluto e alle rappresentazioni più o meno esplicite di essa e della donna in generale che costellano la storia artistica dell’Italia. Parlo di Madonna in senso lato, come antonomasia di donna, nello specifico si può andare a confrontare specificamente con opere particolari, ad esempio mi viene subito in mente la più famosa, la Gioconda. Il sorriso in effetti appena accennato c’è.

La seconda immagine che propongo invece mi ha subito riportato alla mente l’estasi di Santa Teresa. Sarà lo sguardo contemplativo verso l’alto, da dove proviene una luce che rapisce, sarà l’atmosferica surreale creata dal fumo, in questa immagine io quindi ci riconosco uno stato di estasi spirituale, appunto.

In queste due immagini dunque vi è un simbolismo che è molto forte per una persona che condivide la nostra cultura, magari più debole per un essere umano nato in un contesto culturale diverso, ad esempio un giapponese, per dirne uno a caso. Il fatto che quindi il valore simbolico da assegnare alle immagini non è universale fa si che sia influenzato dalle esperienze a posteriori dell’essere umano. Al contempo però si tratta di una condizione condivisa da una moltitudine di persone che si pone in un substrato precedente alle esperienze individuali ed è per noi quasi assimilabile a qualcosa a priori.

Come dicevo all’inizio, dunque, io potrei parlare dell’estetica delle due immagini che ho proposto, che per’altro incontra appieno i miei gusti, di come Claudia abbia utilizzato gli strumenti in suo possesso per creare qualcosa di un certo tipo, rimanendo quindi su un piano di discussione formale che spesso ho affrontato e che però a volte mi annoia anche perché non sempre, come in questo caso, lo ritengo di vitale importanza. Ho parlato di come si possa agire su un substrato di ricordi condivisi, ovvero di come una collettività estesa possa riconoscere dei simboli ed attribuire un significato o una relazione a determinate tipologie di immagini. Questo credo sia il massimo che possa fare. Andare a scavare e capire perché, al di là delle immagini viste come interazioni di elementi compositivi ai quali è possibile assegnare delle valenze semantiche, una fotografia possa essere così dannatamente piacevole alla vista, perché possa entrarti nello stomaco e vibrare in risonanza con le tue ossa, spiegare questo equivarrebbe ad essere in grado di definire univocamente l’arte.

In chiusura mi piace aggiungere però un’ultimissimo concetto. Io credo che qualsiasi cosa venga fotografata il soggetto della foto debba essere sempre il fotografo. Per questo adoro gli autoritratti, i limiti del non poter essere fisicamente dietro e davanti la macchina fotografica sono compensati dalla coincidenza tra le figure di fotografo e soggetto fotografato. Nel ritratto la presenza di una seconda persona rende più difficile il discorso. È importante che le personalità della persona ritratta e della persona ritraente siano giustamente equilibrate, non significa 50 e 50 necessariamente. Significa che il fotografo non deve a parer mio cercare di annullare se stesso ma deve metterlo in relazione al soggetto così come farebbe con un oggetto inanimato. Senza farsi scrupoli di imporsi, qualora fosse il caso. Di norma, preferirei un ritratto in cui il soggetto è annullato dal fotografo piuttosto che il contrario. E devo dire che guardando tanti ritratti di Claudia la si conosce, si vede la differenza in cui si mescola a differenti soggetti, come sa essere decisa e delicata, come un pugno in un guanto di velluto, lasciando il sufficiente spazio al soggetto senza però che esso vada mai a spingerla fuori dalla foto.

C.

P. S.

In accordo con la filosofia su cui si basa questo sito, e cioè che bisogna concedere alle immagini il tempo che necessitano, io mi rendo conto di non essere il più prolifico scrittore. Nel tempo in cui elaboro i concetti da scrivere quindi capita anche che si evolva il mio pensiero. O che l’artista in questione pubblichi altre foto. Se un paio delle ultime foto che Claudia ha mostrato le avessi viste un poco prima probabilmente avrei scritto qualcosa di profondamente diverso. Pertanto, cosa che comunque vale per ogni persona della quale scrivo, vi esorto a guardare la galleria completa di Claudia, i vostri occhi vi ringrazieranno.


Share in top social networks!

Pixum – www.pixum.it

Una delle differenze tra la fotografia digitale e quella analogica consiste nella facilità con cui è possibile seguire il percorso dell’immagine dalla sua composizione al suo sviluppo. L’elaborazione digitale che va a sostituire il processo in camera oscura è sicuramente più accessibile e facile. Spesso però ci si accontenta dell’immagine virtuale, che rimane sospesa, incastrata tra i nodi della rete o ad occupare megabyte nei nostri dischi rigidi. La stampa delle immagini virtuali in qualcosa di fisicamente reale è un processo del quale ancora pochi si occupano. Alcuni fotografi provvedono per conto proprio, ma è logico che per avere un servizio di qualità sono necessarie spese non minime, ed ha senso affrontarle se si ha intenzione di stampare con una certa frequenza. Per chi invece, come me, che non è un fotografo davvero affermato, che non ha necessità o anche i mezzi per stampare in proprio e in continuazione, una soluzione è affidare la propria stampa a terzi. Ovviamente bisogna avere delle garanzie sulla qualità! Per quanto concerne fotografie in bianco e nero, sono quelle che ho stampato con più piacere e frequenza, perché ciò che mi ha creato più problemi è sempre stato il colore. Hai voglia a calibrare il monitor, le stampe sono sempre differenti da come hai pensato le fotografie, e questo è un problema non di poco conto. Per questo motivo, per testare la qualità delle stampe di Pixum, ho scelto un’immagine a colori. Da ingegnere mi hanno insegnato la necessità di mettermi nel caso peggiore. Pixum offre diverse tipologie di stampe, per quanto concerne i grandi formati, è possibile effettuare stampe su diversi supporti di diverso materiale, alluminio, forex, metacrilato. Ovviamente, la stampa diretta sul materiale, che pure Pixum esegue con tecnologie UV, è mediamente inferiore in qualità rispetto alla stampa su carta fotografica, e infatti Pixum permette anche la stampa su carta fotografica applicata poi al pannello del materiale richiesto. La mia scelta è andata dunque su una stampa su carta fotografica applicata ad un pannello di metacrilato. Ma devo dire che la curiosità di provare anche la stampa diretta, sempre su metacrilato, mi attira. Inoltre, la possibilità di stampare i propri file su gadget di ogni tipo mi risolve un gran numero di regali. Non so se capita anche a voi, ma un po’ come quando, con la scusa che sono napoletano, mi mettono a fare sempre il caffè, così quando ci sono eventi, mi mettono a fare le foto. Mi ritrovo ad alternare nei miei HD cartelle di foto “artistiche” a cartelle di lauree, battesimi, compleanni, matrimoni e celebrazioni varie. Ecco, utilizzare qualcuna di queste foto, applicate a qualche gadget sfizioso, come un tappetino di mouse, una tazza, una palla con la neve, ma anche un cuscino, una maglietta, un cappellino, sono idee di regalo che possono venire in soccorso di tanto in tanto.

Tornando alla foto, la consegna, da 3 a 5 giorni lavorativi, è arrivata al quinto giorno. Ero piuttosto impaziente devo dire la verità, curioso di vedere la resa della stampa. Innanzitutto, però, il metacrilato. Ovvero un circa mezzo centimetro di spessore di plastica trasparente come il vetro, al di sotto di questo strato vi è l’immagine, che ne aderisce perfettamente. Tra l’altro la spedizione prevede anche dei supporti da attaccare dietro la foto per poterla appendere. Per quanto concerne la qualità della stampa, l’unica pecca che ho riscontrato è una lieve cupezza, la prossima volta penserò bene di apportare un minimo ritocco alle curve per dare all’immagine maggiore luminosità. Il lato positivo sono invece i colori, estremamente precisi e vivi. Anche il bianco, pulitissimo, senza alcuna dominante. Nel complesso posso dire di ritenermi più che soddisfatto dal risultato, e sono molto curioso di vedere l’effetto degli altri prodotti di Pixum.

C.


Share in top social networks!
KatiaCelestini01

Katia Celestini – Alchimilla

La realtà è uno spazio tridimensionale illimitato. La fotografia è un supporto bidimensionale limitato. Ciò dovrebbe essere ormai chiaro a chiunque, come è chiaro quindi che nel passaggio dalla realtà alla fotografia vi è necessariamente una perdita enorme. Come avviene questa perdita, ovvero cosa si decide di mantenere, quali ridondanze vengono cancellate e quali informazioni essenziali vengono mantenute è la scelta del fotografo. Introduco così un discorso sul lavoro di Katia Celestini perché a parlare bene dei fotografi e delle fotografie che scelgo ci sto perdendo gusto. Proverò, per riprendere l’entusiasmo dei primi giorni di vita del sito, a cercare spunti di discussione dalle foto che scelgo. E nella fattispecie, poiché la foto che più di tutte mi ha spinto a parlare di Katia è quella che lei stessa ha intitolato “2001 Odissea nello spazio“, mi piace approfondire il concetto di spazio nella fotografia. Non spazio interstellare, spazio come dimensione. Di cosa accade appunto quando il fotografo fissa tutte le sue variabili e sceglie di proiettare in un certo modo quella determinata porzione di realtà. Katia ad esempio sceglie di appiattire, di annullare quasi del tutto la percezione di tridimensionalità. La profondità del divano scompare, e quello spazio che lo separa da noi non è più una distanza lungo l’asse ortogonale alla fotografia, piuttosto si potrebbe dire che il divano sta su. Katia sceglie infatti di non inglobare altri elementi nella fotografia, elementi che potrebbero fungere da punti di riferimento per la creazione dell’effetto prospettico. Lo sfondo diventa quindi bidimensionale. Anche per la quasi bicromia dell’immagine: i colori hanno infatti la proprietà di dare corpo e volume. Le scelte di Katia quindi hanno portato un divano distante ad essere un oggetto fluttuante sopra di noi, ciò che si è perso nella proiezione dal reale al fotografico ha creato il surreale, un qualcosa di metafisico e straniante che ricorda evidentemente le visioni della fantascienza di cinquant’anni fa.

Altro spunto che la precedente foto ha proposto e che in quest’altra è ancora più evidente è il tema dell’assenza. Nel divano, l’assenza di colori e di altri elementi impedisce la creazione di riferimenti spaziali e permette l’annullamento della profondità. In questa foto, intitolata “Anima“, l’assenza è anche fortemente simbolica. Molto spesso ci si sofferma su ciò che il fotografo ha scelto di rappresentare, ma può accadere che, così come a volte il silenzio può essere il rumore più assordante, ciò che caratterizza una fotografia è ciò che non c’è. Katia ad esempio, nuovamente crea un’immagine estremamente piatta, e gestisce la composizione con un taglio che perfettamente si adatterebbe ai cappotti e i vestiti appesi. Ma non c’è alcun vestito, è ciò che c’è dietro è il niente, il piatto sfondo che, senza alcun riferimento, diventa qualcosa di impalpabile. Come un sipario senza tende che si apre su di una scenografia indefinita.

In conclusione, e ho mostrato solo una minima parte del lavoro di Katia, ma trovo molto interessante il suo modo di fare fotografia. Una fotografia dove la presenza della fotografa è importante, dove le sue scelte sono prioritarie sul soggetto, una fotografia attiva, una manipolazione del mezzo e una ricerca che non si limitano nel riportare le immagini di cose belle, ma le elaborano e le metabolizzano in maniera assolutamente personale e prepotente, valorizzando maggiormente ciò che è dietro la macchina fotografica piuttosto che ciò che è davanti.

C.


Share in top social networks!
LucaRossini02

Luca Rossini – Nascondino

Parlando del lavoro di Luca Rossini, vi sono due immagini che ho voluto mettere a confronto per sottolineare quella che credo sia la caratteristica predominante della sua personalità fotografica. Nella terza, volevo invece solo mostrare la raffinatezza estetica nella gestione della luce, la composizione estremamente equilibrata, la bellezza dell’immagine come risultato della sapienza nell’uso del mezzo quanto della capacità dell’occhio prima di tutto di osservare.

Ma, tornando alle altre due immagini, si può fare un parallelismo. Un bagno e una cucina. Un’immagine non dico globale ma comunque spazialmente estesa, e una concentrata specificatamente nel particolare. In maniera diversa, entrambe le foto mostrano una profondità. Una riflessione che, svelando ciò che è alle nostre spalle, crea una fuga davanti; uno sfocato, con una luce avversa, che attraverso quelle -credo- veneziane, lascia intuire uno sfondo al di là. Le tonalità sul marrone e grigio da un lato, dominate dal blu dall’altro. Due foto che si contrastano e si contrappongono in ogni cosa. Ma la ciliegina sulla torta, quell’aggiunta che crea il culmine del climax dell’ironia è costituito dal fatto che nella foto del bagno, la perfetta simmetria e la riflessione nello specchio suggerirebbero la presenza dell’immagine riflessa del fotografo. Ciò che si avverte è proprio la sua assenza, nascosto dalla mancanza di specchio al centro. Di fatto, gli occhi, il cervello, avvertono questa assenza. Di contro, nella foto in cucina, non c’è alcun preavviso né alcun indizio che possa giustificare e farci intuire la presenza del fotografo, che invece è riflesso nel meno opaco degli utensili pendenti. Come uno scherzo, un nascondino, come se dicesse “pensavate di trovarmi qua? E invece sto di là!”.  Trovo che questo parallelismo sia perfetto per mostrare la tipologia di ironia che contraddistingue le fotografie di Luca, un’ironia acuta, non polemica, non crassa, ma fine e mirata. Questo nascondino, inoltre, mostra il lato più autentico della fotografia, ovvero quell’aspetto ludico fondamentale, perché se la fotografia non è un piacere innanzitutto per chi la scatta, è impensabile che possa essere piacevole per chi la osserva.

Infine, ritornando alla terza immagine, senza spendere troppe parole sull’organizzazione della composizione, su regole dei terzi e cose simili, trovo utile sottolineare lo stupendo effetto dell’illuminazione. Scrivere con la luce, d’altronde, è fotografare. Trovo fenomenale, starei ore ad osservarlo, quel cane il cui dorso è perfettamente illuminato mentre il resto del corpo è in ombra. Il contrasto tra luce e ombra in un solo elemento, permette di vedere le differenze delle due soluzioni. La luce mostra la composizione strutturale dell’elemento, l’ombra cancella la sua costituzione e evidenzia solo la sagoma. Curioso che il cane sia proprio un dalmata, che con le sue macchie bianche e nere permette un ulteriore divertimento nell’osservazione del gioco tra zone bianche e zone nere.

C.


Share in top social networks!
LauraApostoli01

Laura Apostoli – Autoritratti mascherati

Quando mi sono imbattuto nella galleria di Laura Apostoli sono rimasto molto colpito dai suoi autoritratti mascherati. Premessa. Io mi sono avvicinato alla fotografia attraverso H. C. Bresson, pertanto, inizialmente, il mio ideale era nel cogliere l’attimo. Un fotografo era un tizio che usciva per la strada e, grazie ad una capacità di osservare in maniera diversa (unita alla conoscenza dello strumento fotografico) riusciva ad imprimere situazioni particolari. Pian piano, crescendo, cercando nuovi stimoli, anche il mio gusto si è evoluto. È un periodo sufficientemente lungo che gli autoritratti sono la cosa che preferisco in assoluto. Credo che nell’autoritratto ci sia la volontà di cercare di spogliarsi delle sovrastrutture della società che ci sono imposte e cercare la nostra reale essenza. Un autoritratto è un’esca senza amo che viene gettata dal fotografo, anzi, dall’essere umano, rivolta ad altri esseri umani che in questo oceano che è la fotografia cercano riposo.

Io mi fingo pesce ed abbocco, perché anche io mi trovo costantemente alle prese con finzioni, ipocrisie, comportamenti di convenienza, falsi sorrisi e via dicendo, e anche io ho bisogno di liberarmi di tutto questo stress. Il modo a me più congeniale è entrare in contatto con qualcosa di autentico. Io ritrovo quest’autenticità nella fotografia, e, come detto, nella fattispecie, nell’autoritratto. Parlando di Laura Apostoli, dunque, la cosa che mi ha colpito di più è la presenza della maschera. Sembra un controsenso, un autoritratto con maschera è l’opposto di quanto ho appena detto. Paradossalmente nei nudi si riesce ancora di più a ritrovare l’autenticità, perché spogliandosi in ogni senso di tutto si riesce a mostrarsi senza alcuna armatura e ciò rende indistruttibili perché non si ha niente da nascondere e niente può ferire. Mascherarsi è esattamente l’opposto!

Eppure, anche mascherata, o forse grazie alla maschera, Laura riesce a dare quella autenticità che io ricerco nella fotografia. Forse perché la maschera annulla qualsiasi espressione del viso, esaltando quelli che sono comunemente noti come lo specchio dell’anima. Può darsi che dando risalto agli occhi Laura cancelli altre distrazioni e riesca a concentrare tutto nel proprio sguardo. Anche se gli occhi sono chiusi! Il tutto viene esaltato da una eleganza estetica che si sposa perfettamente con i miei gusti. Il bianco e nero che contempla minimi grigi, dove l’oscurità inghiotte ogni inutile ridondanza e distrazione, ogni insignificante dettaglio è cancellato dal nero. Emergono solo, investite da luci violente, le forme e le linee propedeutiche alla comunicazione.

C.


Share in top social networks!